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AVERNO

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“Il passato fluttuava sopra la mia testa, come il sole e la luna, visibili ma mai raggiungibili.”

“The past was floating over my head, like the sun and the moon, visible but never reachable.”

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È di nuovo inverno, è di nuovo freddo. Il lago Averno, dove gli antichi credevano si trovasse la porta dell’aldilà, è scuro come il cielo sopra le nostre teste. Ad aguzzare gli occhi, riusciamo appena a distinguere la migrazione notturna di uno stormo di uccelli. All’alba, le colline brillano di fuoco, ma non è più il sole di agosto: i nostri corpi non sono stati salvati, non sono sicuri. In Averno, Louise Glück canta la solitudine e il terrore per l’ignoto, lo splendore della notte e l’amore, il desiderio: perché, sembra dirci, anche quando tutto è muto e spento, capita a volte di sentire musica da una  finestra aperta, in una mattina di neve, e allora il mondo ci richiama a sé, e la sua bellezza è un invito.

It’s winter again, it’s cold again.  Lake Averno, where the ancients believed the gateway to the afterlife was, is as dark as the sky above our heads. To sharpen our eyes, we can hardly distinguish the nocturnal migration of a flock of birds. At dawn, the hills glow with fire, but it is no longer the August sun: our bodies have not been saved, they are not safe.  In Averno, Louise Glück sings of loneliness and terror for the unknown, the splendor of the night and love, desire: because, it seems to tell us, even when everything is mute and off, sometimes it happens to hear music from an open window, on a snow morning, and then the world calls us to itself, and its beauty is an invitation.

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